Mi chiamo Luis e lavoro per una piccola ditta di consegne d’acqua in un quartiere tranquillo di Puebla. È un mestiere pesante — schiena a pezzi, scale infinite — però mi garantisce uno stipendio sicuro. Tra tutti i clienti, ce n’è uno che non riuscirò mai a dimenticare: un uomo di settantacinque anni.
Ogni singolo giorno, senza eccezioni, ordinava quattordici boccioni da venti litri. La prima volta che vidi quell’ordine pensai a un errore, oppure a un locale appena aperto: una mensa, un ristorantino, magari un gruppo di vicini che si erano messi d’accordo. Invece, quando arrivai all’indirizzo, trovai tutt’altro: una stradina silenziosa e, in fondo, una casetta piccola, un po’ vissuta, di quelle che sembrano ferme nel tempo.
E la cosa più strana era il modo in cui gestiva la consegna. Non mi faceva mai entrare. Apriva la porta solo quanto bastava per passarmi una busta con i soldi. Io lasciavo i quattordici boccioni fuori, ben allineati, e me ne andavo. Dall’interno non arrivava nessun rumore: né passi, né voci, né radio accesa. Solo silenzio.
Più passavano i giorni, più quel dettaglio mi rimaneva addosso. Un uomo da solo… come poteva consumare tutta quell’acqua? Una famiglia grande fatica a finire uno o due boccioni in una settimana. Lui ne chiedeva quattordici al giorno.
Dopo circa due settimane, non riuscii più a trattenermi. Quando aprì la porta, provai a fare la domanda con il tono più educato possibile.
— Mi scusi, signore… ma come mai le serve così tanta acqua?
Lui mi guardò, accennò un sorriso leggero — un sorriso che non spiegava niente e, proprio per questo, inquietava — e senza rispondere richiuse la porta con calma.
Quella sera tornai a casa con un nodo nello stomaco. Mi immaginai di tutto: qualcuno che lo stava truffando, una situazione di pericolo, persone chiuse dentro, qualcosa che non doveva esserci. Dopo giorni di pensieri, alla fine presi una decisione: chiamai il 911 e segnalai quella storia assurda.
Il giorno dopo mi presentai davanti alla casa con alcuni agenti. Bussai. Dopo poco la porta si aprì e l’anziano comparve con la stessa tranquillità di sempre. Quando i poliziotti gli chiesero di poter controllare l’interno, lui rimase immobile per un istante… poi annuì, come se se lo aspettasse.
La porta si spalancò quel tanto che bastò a farci restare tutti senza fiato.
Niente paura. Niente ombre. Nessun segreto sinistro.
Dentro c’era, invece, un ordine quasi commovente: decine e decine di boccioni di plastica sistemati con cura, pieni di acqua purificata. E su ciascuno c’era un’etichetta scritta a mano.
“Per i vicini.”
“Per la scuola elementare.”
“Per il centro sanitario.”
“Per l’asilo comunitario.”
“Per il tempio di San Miguel, vicino al mercato.”
Mi girai a guardare gli agenti: avevamo tutti la stessa faccia, quella di chi si aspetta il peggio e si trova davanti qualcosa che non sa nemmeno come chiamare.
L’uomo allora sorrise, questa volta senza mistero, con una dolcezza disarmante.
— Sono vecchio — disse piano. — Non ho molte forze, non posso fare grandi cose… però so che qui attorno tanta gente non riesce ad avere acqua pulita ogni giorno. Così la compro io. Dico ai bambini di passare a prenderla, di portarla a casa, di dividerla. L’importante è che arrivi dove serve.
Mi si strinse la gola. Quell’ordine esagerato non era un capriccio, né una stranezza: era il suo modo silenzioso di prendersi cura del quartiere.
Uno degli agenti, visibilmente colpito, gli chiese:
— Ma perché non lo ha detto a nessuno? Ci siamo preoccupati.
Lui abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato.
— Non mi interessa farmi vedere. Se tutti possono bere, io sto bene.
Scoprimmo anche che era stato un militare dell’esercito messicano. Aveva conosciuto la sete vera, quella che ti spacca la bocca e ti toglie lucidità, e per lui ogni goccia aveva un valore che non si dimentica. Con la pensione, da anni, comprava acqua per distribuirla in silenzio.
Quel giorno non me ne andai come “quello che consegna i boccioni”. Me ne andai con la sensazione di aver sbirciato dentro un pezzo raro di umanità. E da allora cominciai ad aiutarlo davvero: non solo a scaricare, ma a portare l’acqua nei punti giusti, a consegnarla a chi ne aveva bisogno.
La voce girò. Qualcuno iniziò a dare una mano, altri portarono qualche offerta, altri ancora offrirono un carrello, un furgoncino, un contatto. Pian piano, quello che faceva da solo diventò una piccola rete.
Un mese dopo tornai e trovai il cortile cambiato: pieno di vita. Bambini che arrivavano con i contenitori, risate, passi, chiacchiere. E lui, lì in mezzo, magro ma dritto, con gli occhi lucidi di felicità.
In quel momento capii una cosa semplice: a volte ciò che sembra sospetto non nasconde l’orrore… nasconde la bontà. E se io quel giorno non mi fossi insospettito, se non avessi bussato con la polizia, forse non avrei mai scoperto che dietro quella porta socchiusa viveva un uomo capace di amare un intero quartiere in silenzio.
E ancora oggi, ogni volta che penso a quei quattordici boccioni al giorno, mi torna addosso la stessa sensazione: in mezzo al rumore della vita, esistono persone che fanno del bene senza platea, e rendono il mondo — senza clamore — un posto un po’ più umano.