Per tre mesi, in filiale nessuno aveva davvero saputo chi fosse la donna delle pulizie. Non parlava. Non sorrideva. Non chiedeva nulla. Passava come un’ombra discreta con un dolcevita scuro e un foulard annodato al collo, lucidando maniglie d’ottone e superfici di vetro finché non tornavano a brillare. Dietro di lei restava un odore lieve di limone e ordine, come se la cura fosse l’unica lingua che si concedeva.
La maggior parte la ignorava. Alcuni, peggio, si divertivano.
— «Ehi, muta!» — le lanciava ogni tanto un impiegato dei prestiti, senza nemmeno abbassare la voce. — «Ti è rimasta una macchia lì.»
Lei non rispondeva mai. Un respiro corto, quasi un sospiro, e poi ricominciava a strofinare, a sistemare, a cancellare tracce. Tracce degli altri. Tracce di una vita che non voleva più nominare.
Sul cedolino c’era scritto Aleptina. Era l’unico nome che la banca possedeva di lei, e nemmeno quello interessava davvero a qualcuno. Nessuno chiedeva, nessuno ascoltava.
Eppure, anni prima, quella donna aveva avuto una voce. E non una qualunque: una voce capace di riempire un’aula e far tacere perfino i ragazzi più inquieti. Si chiamava Alia. Insegnava, dipingeva, organizzava piccoli laboratori artistici nei centri di quartiere. La gente la ricordava per il modo in cui parlava, come se ogni frase fosse un gesto gentile.
Poi arrivò l’incendio.
Una sera d’estate, in un palazzo soffocato dal caldo, il fumo si infilò nei corridoi come un animale vivo. Le fiamme si alzarono in pochi minuti. Alia non pensò. Non calcolò. Sentì solo un pianto, vide una porta socchiusa, e corse dentro.
Riuscì a trascinare fuori un bambino, Lesha, e sua madre. Ma la madre non ce la fece. Il bambino sì. Alia venne tirata via appena in tempo, tossendo cenere, con la pelle bruciata e gli occhi spalancati come se avessero visto qualcosa che non si può spiegare.
Il corpo guarì, lentamente. La voce no.
Sua madre morì poco dopo, e con lei sembrò spegnersi anche l’ultima ragione per restare nel mondo com’era prima. Alia smise di parlare, come se le parole fossero diventate un lusso per chi non aveva più niente da perdonarsi.
Lasciò la scuola. Smise di vedere gli amici. Il suo universo si strinse fino a diventare un appartamento silenzioso, un piccolo acquario sul davanzale e tele appoggiate al muro. Dipingeva in piena notte, con la finestra socchiusa, ascoltando il fruscio dell’acqua e fingendo che bastasse.
Alla fine accettò un lavoro come addetta alle pulizie. Era perfetto: nessuno pretendeva conversazioni. Da una donna delle pulizie, la gente si aspetta presenza, non voce.
Finché, una mattina, qualcosa cambiò.
Davanti alla banca arrivò un’auto nera lucida, troppo elegante per quel parcheggio. Ne scese il direttore regionale: Sergei Mikhailovich. Bastò la sua figura perché l’aria diventasse tesa come una corda. Si alzarono dalle sedie, si sistemarono le cravatte, chiusero in fretta le chat sul computer. Il tipo di uomo che entra e tutto si raddrizza, anche chi è storto dentro.
Aleptina non alzò lo sguardo. Era piegata sulle maniglie d’ottone dell’ingresso, concentrata su quel riflesso che non voleva guardare troppo a lungo: il suo.
Ma Sergei la vide.
Fece due passi, poi si fermò come se il pavimento gli avesse improvvisamente tolto il fiato. I suoi occhi si fissarono su quelle mani coperte di guanti, su quelle cicatrici che il tessuto non riusciva a nascondere del tutto.
E davanti a tutti — davanti ai consulenti, alla cassiera che aveva la bocca aperta, al direttore di filiale che sembrava non capire se intervenire o svenire — Sergei si avvicinò.
Si inginocchiò.
Con una lentezza quasi reverente, le sfilò i guanti, come se stesse maneggiando qualcosa di prezioso e fragile. Poi prese quelle mani rovinate dal fuoco e dal lavoro, e le portò alle labbra.
Le baciò.
Nella banca calò un silenzio totale, denso, impossibile da attraversare.
— «Alia…» — sussurrò lui, e la voce gli tremò. — «Ti ho cercata per anni.»
La donna rimase immobile. Gli occhi bassi. Le dita rigide, come se non riconoscessero più il contatto umano.
Il direttore regionale. La “muta” delle pulizie. Lo stesso respiro nello stesso spazio.
E poi, per la prima volta dopo tre anni, lei parlò.
Solo una parola.
E bastò a far cambiare colore a tutti i volti intorno.
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