Mia madre mi adottò quando ero solo una bambina fragile e dimenticata: oggi sono una campionessa olimpica, ma lei è convinta che la vera “fortunata” sia sempre stata lei.

Mia madre mi adottò quando ero una bambina malata che nessuno voleva — oggi sono campionessa olimpica, e lei è ancora convinta che la vera “fortunata” sia stata lei.

Ha sempre raccontato che tutto iniziò da una sensazione sottile.

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Non una voce dal cielo, niente di magico. Solo una certezza calma e testarda: da qualche parte c’era un bambino che, più di qualunque altra cosa, aveva bisogno di lei.

Quel bambino ero io.

Sono venuta al mondo con una rara patologia ai polmoni, così insolita che perfino i medici brancolavano nel buio: nessun percorso già pronto, nessuna “ricetta” da seguire. I miei genitori biologici sparirono mentre ero ancora in terapia intensiva. Non lasciarono un nome, non un biglietto, non una scusa. Solo un vuoto.

E poi arrivò lei.

Kseniya Titova. Insegnante. Single. Senza un marito, senza una carriera scintillante, senza un “piano alternativo” nel cassetto. Aveva soltanto una fiamma dentro e una cartellina gonfia di documenti, con post-it colorati ovunque, come se potessero tenere insieme il coraggio.

Le ripetevano che non avrei mai avuto una vita normale. Che sarei rimasta fragile. Che avrebbe trascorso più tempo in ospedale che sul divano di casa.

Lei annuiva, ascoltava… e non cambiava idea.

Non vide una “bambina malata”. Vide una persona. Una creatura che meritava un posto sicuro, una stanza con una luce accesa, un amore che non scappasse. La prima volta che mi prese tra le braccia non fissò la diagnosi: guardò me. E dentro quegli occhi, invece della mia debolezza, trovò qualcosa che nessun medico aveva scritto su un referto: possibilità.

Il nostro inizio, però, non assomigliava affatto a una favola.

Ci furono notti in cui l’aria sembrava negarmi il permesso di restare al mondo. Io ansimavo e lei mi stringeva la mano fino all’alba, senza dormire, senza muoversi, come se la sua presenza potesse tenere lontana la paura. Non aveva esperienza, non aveva istruzioni. Aveva solo quella frase che le batteva in petto, sempre uguale: “Deve stare con me.”

Col tempo le crisi si fecero meno frequenti. La malattia non svanì come per incanto, ma imparò a cedere terreno. Mia madre consultò ogni specialista possibile, lesse tutto ciò che trovava, fece domande che nessuno aveva voglia di sentire, bussò a porte che spesso restavano chiuse. Io ero più minuta degli altri, mi ammalavo più facilmente, mi stancavo prima… eppure lei non mi ha mai cresciuta come se fossi fatta di vetro.

Mi ha cresciuta come si cresce qualcuno che deve imparare a stare in piedi da solo.

Mi insegnò a non farmi definire dalla paura. A non scusarmi per esistere. A lottare, senza vergognarmi della fatica.

E un giorno, quasi senza accorgermene, iniziai a vincere.

Alle medie scoprii l’atletica. All’inizio erano solo scatti brevi, gare scolastiche, un cronometro e un rettilineo. Ma correre aveva un potere che non avevo mai provato: mi faceva sentire libera. Ogni allenamento era un pezzo di catena che cadeva. Ogni gara una prova che il mio corpo, per quanto imperfetto, poteva ancora sorprendere.

E i miei polmoni… piano piano impararono a seguirmi.

Mia madre diventò la mia prima tifosa. Non capiva nulla di tempi, tecniche o strategie, ma capiva perfettamente come si sostiene qualcuno. Era ovunque: sotto la pioggia, nel caldo che stordisce, con i vestiti ancora da lavoro e la voce roca per aver urlato il mio nome. Chiedeva permessi, scambiava turni, rinunciava a tutto pur di esserci.

E io cominciai a vincere davvero.

Prima a scuola, poi in provincia, poi oltre. Non ero soltanto “brava”. Ero veloce. E soprattutto ero ostinata. Correre diventò il mio modo di dire al passato che non aveva avuto l’ultima parola.

Quando entrai all’università, nel mio ambiente già circolava il mio nome. Allenatori mi cercavano, mi proponevano programmi, mi parlavano di “potenziale”, di “futuro”. Io ascoltavo e sorridevo… ma dentro sapevo una cosa: la vera gara stava appena iniziando.

Mi allenavo senza sosta. Non per la gloria, non per le foto. Io correvo per lei. Per la donna che aveva scelto di credere in me quando gli altri avevano fatto un passo indietro.

E, a forza di dolore e disciplina, arrivò la svolta.

Vinsi una borsa di studio in un’università d’eccellenza. Lì capii cosa significa competere davvero: non ero più quella che “partecipa”. Ero una che poteva puntare in alto. Molto in alto.

Poi, dopo anni in cui la vita sembrava un allenamento infinito, arrivò l’impensabile: mi qualificai per le Olimpiadi.

A pronunciarlo ad alta voce sembrava irreale. Io, la bambina senza un cognome “scritto” da nessuno, la bambina che aveva respirato a fatica in un reparto sterile, ora indossavo i colori del mio Paese. Non rappresentavo solo me stessa. Rappresentavo la nostra storia.

Eppure, proprio mentre il mondo mi applaudiva, io sentivo un nodo strano.

Nonostante i traguardi, mi pareva di dover dimostrare ancora qualcosa. Non agli altri. A mia madre. Volevo che vedesse, fino in fondo, che non ero soltanto “quella che aveva salvato”. Ero una donna. Una donna forte. Una donna capace.

Il giorno della finale, lo stadio era un ruggito. Il cuore era un tamburo. E quando tagliai il traguardo per prima… tutto diventò silenzio per un secondo, come se il tempo avesse trattenuto il fiato insieme a me.

Sul podio, con l’oro al collo, l’inno che mi attraversava la pelle, cercai con lo sguardo tra le tribune.

La trovai.

La stessa donna che anni prima si sedeva sulle gradinate di una pista scolastica, con un ombrello storto e la borsa sulle ginocchia, adesso mi guardava come se stesse vedendo un miracolo. Non un miracolo sportivo. Un miracolo umano.

Ed è lì che capii la verità: per tutto quel tempo lei si era raccontata di essere stata la fortunata.

“Ho avuto la fortuna della mia vita”, ripeteva.

Ma no.

La fortunata ero io.

Io avevo ricevuto un amore che non misura, che non seleziona, che non valuta se “conviene”. Un amore che non ha visto una malattia: ha visto una persona.

Quella fede, quella tenacia, quella presenza testarda mi hanno costruita mattone dopo mattone. Non come atleta. Come essere umano.

Scesi dal podio e mi precipitai da lei. Ci stringemmo forte, senza parole. I suoi occhi erano pieni di lacrime, ma non guardavano la medaglia. Guardavano me. Come se stesse dicendo: “Ce l’hai fatta. Sei qui.”

In quel momento capii anche un’altra cosa: la mia vittoria più grande non era l’oro.

Era l’amore.

L’amore di una donna che non ha avuto paura del difficile. Che non ha girato lo sguardo. Che mi ha scelta quando il mondo mi aveva lasciata in sospeso.

Oggi, se ripenso a tutto, so che siamo state fortunate entrambe. Non perché la vita ci abbia regalato qualcosa, ma perché ci siamo trovate.

E se stai leggendo queste righe e ti senti rotto, fuori posto, troppo indietro rispetto al tuo sogno… ricordati questo: a volte basta una sola persona che ti veda davvero.

E da lì, può cambiare tutto.

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