Dopo il lavoro sono rientrata a casa e ho trovato l’appartamento insolitamente silenzioso: mio marito non c’era. Stavo per mettermi ai fornelli quando il telefono ha iniziato a squillare. Sullo schermo è comparso il suo nome.
Ho risposto, e lui è partito senza preamboli, come se stesse leggendo una frase già provata davanti allo specchio.
— Avrai notato che ultimamente torno tardi… In realtà c’è un’altra. E ti prego: niente scenate, niente discussioni.
Probabilmente si aspettava la classica reazione: lacrime, urla, suppliche. Invece no. Io ho continuato a fare quello che stavo facendo, con la stessa calma con cui si spegne un fornello.
E gli ho detto esattamente questo.
Sono tornata a casa verso le sette di sera. A quell’ora di solito lui è già rientrato, magari spaparanzato sul divano con la televisione accesa. Quella sera, invece, non c’era nessuno.
I bambini erano dalla madre di lui, quindi non avevo fretta. Ho pensato: “Va bene, preparo la cena con calma, mi rilasso un po’ e stasera vado a dormire presto.” Tanto ormai da mesi il copione è sempre lo stesso: lui si presenta quando vuole, spesso a notte fonda. E, sinceramente, avevo smesso di farmi domande.
Stavo già tirando fuori le cose dal frigo quando il telefono è squillato. Il suo nome sul display. Ho risposto.
Non mi ha chiesto come stavo, non ha fatto il minimo giro di parole.
— Avrai visto che in questi giorni rientro tardi. La verità è che ho un’altra. Però per favore, evitiamo drammi.
Ho ascoltato in silenzio. E mi sono accorta di una cosa strana: dentro di me non si muoveva niente. Niente rabbia, niente shock. Solo una stanchezza lontana, quasi educata.
Così ho sospirato appena e ho detto:
— Ma davvero scegli proprio oggi? Domani ho l’appuntamento dal parrucchiere, e tu dovevi tenere i bambini. Non potevi avvisarmi domani?
Dall’altra parte della linea è calato il vuoto. Un silenzio così lungo che per un attimo ho pensato fosse caduta la chiamata. Evidentemente stava cercando la reazione giusta da appiccicare alla scena… e non la trovava.
Io intanto continuavo a cucinare, come se stessi parlando del meteo.
Poi ho aggiunto, pratica:
— Senti, sai mica dov’è finita la maionese?
A quel punto la sua voce è tornata, ma diversa: nervosa, ferita nell’orgoglio.
— Tutto qui? Non mi chiedi nemmeno chi è? Perché me ne vado? Non ti importa? Non vuoi che torni? Non mi ami più?
Ci ho riflettuto un secondo, giusto il tempo di girare il mestolo.
— Mi interessa zero chi sia e perché tu abbia deciso di andartene. Sono questioni tue. Però dimmi una cosa: la maionese l’hai presa tu o è rimasta da qualche parte?
È esploso.
— Ma che donna sei?! Tuo marito ti lascia e tu pensi alla maionese?!
In quel momento ho capito che la conversazione era finita. Non perché mi avesse ferita, ma perché non aveva più alcun senso. Lui voleva una tragedia in cui sentirsi protagonista. Io, invece, ero già oltre.
Non provavo dolore, non avevo rimpianti. L’unica cosa che contava davvero erano i bambini e la casa, la vita quotidiana che andava avanti comunque.
Lui poteva anche correre dietro alla sua “nuova vita”. Per me non era più una perdita. Era solo una porta che finalmente si chiudeva.