«Signore… potrebbe fingersi mio marito… solo per un giorno?»
Mi ci vollero un paio di secondi per mettere a fuoco quello che quella donna mi aveva appena chiesto. Eravamo in coda in una caffetteria dell’aeroporto di Denver e io — un ingegnere meccanico qualunque, con un biglietto per Seattle e la testa piena di scadenze — non avrei mai pensato che una sconosciuta mi avrebbe trascinato dentro la sua tempesta.
Era bionda, curata, troppo elegante per sembrare “in difficoltà”… eppure gli occhi la tradivano: lucidi, tesi, come se stesse trattenendo il panico a forza di volontà. Stringeva il passaporto con le dita bianche.
«Come, scusi?» balbettai, convinto di aver frainteso.
«La prego.» La sua voce tremò appena. «Solo oggi. Ho bisogno che qualcuno finga di essere mio marito. So che è assurdo… ma glielo spiego subito.»
Mi guardai intorno, istintivamente. Nessuno sembrava far caso a noi. Eppure, il modo in cui lei continuava a scrutare oltre la mia spalla mi fece capire che non stava improvvisando.
«Mi chiamo Claire» aggiunse, abbassando il tono. «E… sono nei guai.»
Avrei dovuto dire no. Avrei dovuto tornare a fissare il tabellone dei voli, bere il mio caffè e scomparire nella mia vita ordinata. Ma c’era qualcosa nella sua paura — un misto di dignità e urgenza — che mi inchiodò lì.
«Va bene» dissi infine, stupendo perfino me stesso. «Mi dica cosa devo fare.»
Lei inspirò come se le avessi appena tolto un peso dal petto. Ci spostammo a un tavolino laterale, un angolo un po’ appartato tra il via vai e gli annunci metallici. Claire si passò una mano tra i capelli, poi iniziò a parlare in fretta, scegliendo le parole come se ogni secondo contasse.
«La mia famiglia è… complicata.» Deglutì. «Mio padre possiede una grande impresa di costruzioni. Ho lavorato con lui per anni. Poi ho scoperto irregolarità nei contratti, cose che non potevo più ignorare. L’ho affrontato, è scoppiato un inferno e io me ne sono andata. Da quel momento mi vede come una minaccia: non vuole che io parli con nessuno.»
Mi sentii stringere lo stomaco.
«E io cosa c’entro?»
Claire abbassò lo sguardo un istante, poi lo rialzò, dritto nel mio.
«È qui, in aeroporto. Non so come abbia scoperto che sto partendo per Chicago: devo incontrare una giornalista. Lui vuole fermarmi, ma…» esitò, quasi vergognandosi di dirlo, «ma non fa mai scenate con le donne sposate. Dice che “una donna sposata ha già qualcuno che la controlla”. Se pensa che io sia con mio marito, potrebbe lasciarmi passare. Almeno fino all’imbarco.»
La logica era disgustosa. E proprio per questo, perfettamente credibile.
«Non voglio metterla nei guai» sussurrò, come se lo ripetesse anche a sé stessa. «Mi basta arrivare al gate. Dopo… sparisco. Promesso.»
Rimasi in silenzio. In quel momento avrei potuto rimettere tutto al suo posto con una frase educata: Mi dispiace, non posso. E invece mi ritrovai a guardare quelle mani che tremavano appena, la tensione nella mascella, il coraggio disperato con cui provava a sembrare stabile.
«D’accordo» dissi. «Per oggi… sono suo marito.»
Claire chiuse gli occhi un istante, come chi non si permette di respirare finché non sente la parola giusta. Quando li riaprì, non era più solo paura: c’era una scintilla di determinazione.
Non avevo idea, però, di quanto “oggi” sarebbe diventato lungo.
Dieci minuti dopo, lo vidi.
Un uomo massiccio, in completo blu scuro, avanzava verso di noi con la sicurezza di chi è abituato a possedere tutto ciò che guarda. Non camminava: conquistava lo spazio. E non era solo.
Claire mi afferrò la mano con una forza sorprendente.
«È lui» mormorò. «Mio padre.»
L’uomo ci puntò addosso uno sguardo freddo, studiato. Non salutò, non sorrise: ci misurò, come si fa con un ostacolo.
«Claire.» Il suo tono non era un richiamo: era un ordine. «Sapevo che eri qui. La tua assistente, alla fine, è stata… ragionevole.»
Claire raddrizzò le spalle.
«Papà, sto viaggiando con mio marito. Non voglio discussioni.»
Quegli occhi scivolarono su di me. Lenti. Chirurgici.
«Tuo marito?» ripeté, tagliente. «Non mi risulta che tu sia sposata.»
Claire non abbassò lo sguardo. «Non sono tenuta a consegnarti il diario della mia vita.»
Per un istante, pensai che avrebbe fatto una scenata. Invece fece un passo avanti, invadendo la distanza con una calma più minacciosa di un urlo.
«E lei chi sarebbe?» disse, come se non fossi una persona ma un dettaglio.
Sentii la gola secca, ma tenni la voce ferma. «Sono… suo marito.»
«Ah, sì? E di cosa si occupa, lei?»
«Ingegnere. Settore aerospaziale.»
Il sorriso che gli apparve sulle labbra non arrivò agli occhi. «Interessante. E dove vi sareste conosciuti?»
Claire intervenne con naturalezza impressionante, come se quella menzogna l’avesse provata davanti allo specchio. «A una conferenza sulla sostenibilità. È stato… un incontro casuale.»
Io annuii, facendo la mia parte. Eppure, lo stomaco mi diceva che l’uomo non stava cercando informazioni: stava cercando un punto debole.
Si sporse verso Claire, abbassando il tono. «Ho sentito certe voci. Documenti. Stampa. Non farai sciocchezze.»
Claire serrò la presa sulla mia mano. «Lasciami in pace.»
Lui restò immobile, poi tirò fuori l’ultima carta, quella che si usa quando si pensa che l’altro sia ancora di proprietà.
«Hai un’opportunità» disse. «Torni a casa. Annulli il volo. Io… aggiusterò quello che c’è da aggiustare. Ma se sali su quell’aereo, te lo giuro, non resterò a guardare.»
Il silenzio che seguì fu pesante come una lastra. Claire mi guardò appena, e in quel lampo lessi tutto: paura, speranza, una richiesta muta — Non lasciarmi.
Inspirai e mi costrinsi a non arretrare.
«Mia moglie non annullerà nulla» dissi, scandendo ogni parola. «Se deve partire, parte. E lo farà con me accanto.»
Il volto dell’uomo si indurì. Un gelo misurato gli attraversò lo sguardo.
«Benissimo» rispose piano. «Allora preparatevi alle conseguenze.»
Si voltò e se ne andò senza un altro sguardo. Ma mentre si allontanava, portò già il telefono all’orecchio.
E io capii, con un brivido, che non avevo appena recitato una parte.
Avevo appena scelto una parte in una guerra.
Claire lasciò andare un respiro spezzato, come se fosse rimasta sott’acqua.
«Mi dispiace» disse. «Ti ho trascinato in una cosa più grande di te.»
La guardai. «Ormai ci sono. E finché non sei al sicuro… non me ne vado.»
Non facemmo neppure venti passi che due uomini iniziarono a muoversi dietro di noi, discreti ma sincronizzati. Parlottavano nelle radio, senza uniforme, senza badge ufficiali.
Non erano polizia. Non erano sicurezza aeroportuale.
Erano peggio: erano “suo padre”.
«Ci stanno seguendo» dissi a bassa voce.
Claire annuì, pallida. «Lo fa sempre. Controlla tutto. Persino me.»
Accelerammo verso l’area imbarchi. Quando arrivammo davanti al tabellone, Claire alzò gli occhi… e il colore le sparì dalle guance.
Accanto al suo volo, una scritta secca lampeggiava come una condanna: RITARDATO — motivi operativi.
Claire deglutì. «È stato lui.»
In quel momento, capii che la mia giornata “normale” era finita.
E che quell’accordo improvvisato — una bugia di un’ora, una mano stretta per finta — era diventato l’inizio di qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto prevedere.
Né fermare.