«Il suocero mi urlò: “Parassita maledetta!” e mi colpì con una padella. Il mattino dopo la banca mi annunciò un accredito da 80 milioni sul conto.»

Il telefono squillò proprio mentre stavano cenando. A tavola c’erano tutti: Katja, suo marito Denis, i genitori di lui e la sorella minore, Anžela.

— Lascialo perdere — borbottò il suocero senza neppure alzare lo sguardo dal piatto. — A tavola rispondere è da cafoni.

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Ma lo squillo tornò, insistente, come una goccia che non smette. Katja abbozzò un sorriso di scuse e prese il cellulare.

— Pronto?

Dall’altra parte una voce impeccabile, fredda, abituata ai corridoi degli uffici.

— Buonasera. Studio legale Romanova & Partner. Parlo con Ekaterina Vladimirovna?

Katja si irrigidì appena.

— Sì, sono io.

— La contattiamo per una questione urgente legata a una pratica di successione. Potrebbe venire domani in sede?

— Successione…? Che cosa significa? È successo qualcosa?

— Per telefono non posso entrare nei dettagli. Posso soltanto anticiparle che si parla di una cifra molto rilevante.

Katja fissò l’appuntamento, riattaccò e alzò gli occhi: tutti la guardavano come se avesse appena annunciato un terremoto.

— Chi era? — chiese Denis.

— Avvocati… parlano di un’eredità.

La suocera arricciò le labbra.

— Eredità? Ma da chi, di preciso? I tuoi non hanno mai navigato nell’oro.

— Magari un parente lontano — tentò Anžela, incuriosita.

Il suocero sbuffò.

— Certo, certo… ti avrà lasciato un bilocale cadente o una dacia con il tetto che perde.

Denis, con aria pratica, si strinse nelle spalle.

— In ogni caso, meglio di niente. Anche diecimila fanno comodo.

Katja rimase zitta. Da tre anni non lavorava: casa, spesa, bollette, incastri quotidiani. In quella famiglia i soldi non giravano larghi: si tirava avanti contando i giorni tra uno stipendio e l’altro.

Dopo cena il suocero fece cenno al figlio di seguirlo in cucina. Katja, mentre impilava i piatti nel lavello, sentì parole che non erano fatte per essere sentite.

— Denis, devi darti una svegliata. Con tua moglie va fatto qualcosa.

— Cosa sarebbe?

— È il terzo anno che sta a casa. Zero entrate. Mangia come tutti, però.

— Papà, lei manda avanti la casa, cucina, pulisce…

— Cucina e pulire lo sanno fare tutte. Portare soldi, quello no. Si è abituata a stare mantenuta.

— Non è che sia facile trovare…

— Facile? È lei che non vuole. Le piace stare appesa al collo della famiglia.

Denis sospirò, come se stesse per aprire una porta che preferiva tenere chiusa.

— Ne parlerò.

La sera stessa lo fece, con quella gentilezza che sembra un guanto ma dentro ha l’osso.

— Katja… hai pensato di cercare un lavoro?

Lei lo guardò.

— Vuoi che lavori?

— Il bilancio non è infinito. Papà dice che un’entrata in più non guasterebbe.

— Quindi sono un peso.

— Non un peso… Però non sei nemmeno quella che manda avanti la famiglia.

Quelle parole le arrivarono dritte, come una botta sullo sterno. Eppure Katja non alzò la voce. In quella casa aveva imparato presto che ogni discussione finiva sempre nello stesso punto: lei, l’ospite, la “nuora”, quella che doveva ringraziare.

Il giorno dopo andò allo studio legale.

La accolse un uomo anziano, elegante, con la calma di chi è abituato a gestire cifre grandi senza tremare.

— Ekaterina Vladimirovna, si accomodi. Ho una notizia destinata a cambiare la sua vita.

Katja si sedette, sentendo lo stomaco chiudersi.

— La ascolto.

— Tre giorni fa, in un incidente stradale, è deceduto l’imprenditore Aleksej Romanov. Era suo zio.

— Mio zio… Aleksej? — Katja sgranò gli occhi. — Non lo vedevo da quindici anni.

— Eppure ha redatto un testamento. E ha disposto che l’intero patrimonio passasse a lei.

L’avvocato aprì una cartellina e fece scivolare davanti a lei una pila di documenti.

— Partecipazioni societarie, immobili, magazzini, titoli. Il valore complessivo stimato è di ottanta milioni di rubli.

Per un attimo Katja non sentì più la sedia sotto di sé. Ottanta milioni non era un numero: era un’altra realtà, qualcosa che la sua mente non sapeva maneggiare.

— È… sicuro? Non c’è un errore?

— Nessun errore. Questo è il testamento, autenticato. La clausola prevede il trasferimento alla morte del testatore. E quindi… oggi.

Katja deglutì.

— Ma perché io? Aveva soci, amici…

L’avvocato abbassò gli occhi sul foglio.

— Ha scritto: “Alla mia nipote Ekaterina, l’unica che non mi ha mai chiesto denaro e non ha mai finto affetto per la mia ricchezza”.

Poi aggiunse, con lo stesso tono con cui si informa qualcuno del meteo:

— La liquidità è già stata accreditata sul suo conto. Da domani potrà disporne.

Katja tornò a casa come se camminasse dentro una nebbia fitta. In borsa aveva le certificazioni. In testa, una frase che si ripeteva senza sosta: sono ricca.

Quando entrò, stavano di nuovo a tavola. Le facce erano tese, aspettative appese come panni stesi.

— Allora? — chiese la suocera, impaziente. — Che eredità sarebbe?

Katja inspirò.

— Zio Aleksej è morto. Ha lasciato tutto a me. L’attività… e gli immobili.

Il suocero scoppiò in una risata secca.

— “L’attività”! Sarà un chiosco, dai. O un negozietto da quattro soldi.

— Non è un chiosco — disse lei, piano.

— E cos’è, allora?

— Una catena di supermercati.

Anžela quasi strozzò il fiato.

— Quanti?

— Ventisette.

Il silenzio si appiccicò ai muri. Denis prese le carte, scorse le righe, e il colore gli abbandonò il viso.

— Ottanta milioni… — lesse a voce alta.

La suocera si portò una mano al petto, come se l’aria fosse diventata improvvisamente poca. Anžela rimase a bocca aperta. Il suocero, invece, si alzò di scatto.

— È impossibile! — urlò. — Non può essere che questa parassita abbia tutta quella roba!

Denis provò a intervenire.

— Papà, calma…

— Calma un corno! Tre anni a mangiare il mio pane e adesso viene qui a raccontare favole!

— Ma i documenti…

— Falsi! — ringhiò lui, e afferrò la padella come se fosse la cosa più naturale al mondo. — Maledetta parassita!

Katja non ebbe neanche il tempo di spostarsi: il colpo le arrivò alla testa. Cadde, sentì il sapore metallico del sangue e il mondo inclinarsi.

— Papà! Ma sei impazzito?! — Denis si chinò su di lei, sconvolto.

Il suocero continuava a sbraitare, come se il rumore potesse cancellare ciò che aveva fatto.

— Dovevo farlo da tempo! Fuori di casa la nullafacente!

La suocera guardava la scena senza muoversi. Anžela indietreggiò istintivamente verso la porta. Katja premette un asciugamano sulla ferita, tremando più per l’umiliazione che per il dolore.

— Domani me ne vado — disse con una voce che non sembrava sua.

— E fai benissimo — sputò lui.

Quella notte Katja non chiuse occhio. La testa pulsava, ma dentro era peggio: tre anni a ingoiare, adattarsi, cercare posto… e alla fine era bastato un attimo per capire cosa fosse davvero, lì dentro.

Accanto, Denis si rigirava nel letto.

— Katja… è tutto vero, allora?

— Sì.

— E… perché papà ha reagito così?

— Perché mi ha sempre odiata. Oggi ha solo smesso di fingere.

Lui rimase in silenzio, poi buttò fuori la frase che la ferì come una lama lenta.

— Però… non hai mai aiutato a far entrare soldi.

Katja chiuse gli occhi. Non rispose.

All’alba il telefono squillò di nuovo. Questa volta era la banca.

— Ekaterina Vladimirovna? La contattiamo per confermare un accredito significativo sul suo conto e procedere con le verifiche di prassi.

— Sì… di che importo parliamo?

— Ottanta milioni di rubli. Le illustreremo anche gli adempimenti fiscali correlati.

Katja ringraziò e riattaccò. In cucina stavano facendo colazione, come se la notte non avesse lasciato macerie.

— Chi era? — chiese Denis.

— La banca. Hanno confermato l’accredito.

Il suocero scrollò le spalle, sprezzante.

— Certo… e quanto sarebbe, questa volta?

— Ottanta milioni.

— Basta con queste scenette! — sbottò lui.

Denis prese il telefono, chiamò, ascoltò. Quando chiuse la chiamata, lo fece piano, come chi posa una cosa fragile.

— Papà… è vero. I soldi sono davvero arrivati.

La suocera sbiancò. Anžela si precipitò verso Katja con un entusiasmo improvviso, quasi teatrale.

— Katjuška! Perdonaci! Non lo sapevamo! Papà era nervoso, stanco…

Katja la guardò e sentì un’amarezza lucida salire fino alle labbra.

— Adesso lo sapete, sì.

La suocera si mise a piangere.

— Ma dove vai? Questa è casa tua!

Katja indicò la valigia accanto alla porta.

— Ieri non era casa mia. Ieri mi avete cacciata. E mi avete colpita.

Il suocero provò a cambiare voce, a renderla più morbida, più “umana”.

— Katja… io… ho sbagliato. Chiedo scusa.

Lei lo fissò.

— Vi siete accorti di me solo quando avete sentito il numero. Se quei soldi non ci fossero stati… sarebbe stato lo stesso, vero?

Nessuno rispose.

Denis tentò di abbracciarla.

— Cambierà tutto! Vivremo meglio!

Katja si scostò lentamente.

— Tu dici “noi”. Ma i soldi sono miei. E ieri mi hai lasciata sola.

— Mi sono bloccato…

— Io, invece, mi sono svegliata.

Prese le valigie e uscì. Dietro di lei rimasero suppliche, promesse, frasi dette troppo tardi. In ascensore Denis cercò ancora di fermarla, ma Katja non aveva più domande: le risposte le avevano già date.

Un mese dopo comprò una casa in un comprensorio tranquillo, lontano da urla e piatti sbattuti. Costruì una vita nuova, senza dover meritare un posto a tavola.

Denis provò per mesi a rientrare: messaggi, telefonate, visite. Katja rimase corretta, ma ferma come una porta chiusa.

— Ma ti amavo! — gridò lui, una volta.

— Io sì — rispose lei. — Voi mi tenevate per abitudine. Per comodità. E mi avete chiamata “parassita” senza vergogna.

Il divorzio arrivò l’anno dopo. Katja gli lasciò perfino l’appartamento vecchio: che continuasse pure a vivere con chi lo aveva educato al silenzio.

Con il tempo aprì una fondazione per aiutare donne vittime di violenza domestica. Non lo fece per immagine: lo fece perché sapeva, sulla pelle, quanto possa essere umiliante venire feriti proprio da chi ti dice “famiglia”.

Quando le chiedevano perché avesse scelto quella causa, rispondeva senza teatralità:

— Perché so cosa significa ricevere un colpo in testa dalle persone più vicine.

Intanto, dall’altra parte, la vita non migliorò. L’episodio si sparse: l’“ottanta milioni” divenne una storia da raccontare, e in quella storia il suocero non era l’uomo forte che credeva di essere. Si ritrovò isolato, poi senza lavoro. Denis perse credibilità, e anche lui finì per pagare quel gesto con la reputazione.

Due anni dopo il suocero si presentò nel suo ufficio. Sembrava consumato, più piccolo dei suoi stessi anni.

— Katja… perdonami.

— Per cosa, esattamente?

— Per averti colpita. Per averti umiliata. Per averti cacciata.

Katja lo ascoltò senza rabbia: la rabbia, ormai, si era trasformata in qualcosa di più freddo.

— E perché mi chiamavate parassita?

Lui abbassò lo sguardo.

— Perché non portavi soldi.

— E oggi?

— Oggi ho capito che non era quello. Era… cattiveria.

Ci fu una pausa. Poi, come se fosse inevitabile, arrivò il vero nodo.

— E… ci daresti una mano? Stiamo male.

Katja sorrise appena, ma era un sorriso triste.

— Ecco. Non sei venuto per la pace. Sei venuto per i soldi.

— Anche per la pace… siamo pur sempre famiglia…

— No. La famiglia non picchia. La famiglia non caccia. La famiglia non cambia faccia quando sente una cifra.

Lo mandò via a mani vuote.

Più tardi, nella sua vita entrò un altro uomo: Aleksej, medico, conosciuto grazie a un progetto sostenuto dalla fondazione. Non sapeva nulla della sua ricchezza; con lui Katja si sentì normale, non un conto corrente con le gambe.

Quando, mesi dopo, gli raccontò tutto, lui non fece domande da contabile.

— Capisco perché lo hai tenuto nascosto — disse soltanto. — Dopo quello che hai vissuto, fidarsi è difficile.

— E tu che rapporto hai con i soldi?

— Sereno. Se ci sono, bene. Se non ci sono, si vive lo stesso. Conta chi hai vicino.

Katja, per la prima volta da tanto, respirò davvero.

Si sposarono un anno dopo, in modo semplice, con pochi amici. Nessuna vetrina, nessuna recita. Solo rispetto.

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E a volte, ripensando a quella sera, Katja si sorprendeva a pensare una cosa che le faceva quasi paura: quel colpo di padella, per quanto assurdo e crudele, le aveva aperto gli occhi. Aveva spezzato l’illusione — e, spezzandola, le aveva lasciato spazio per ricominciare.

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